C'è una finale, domenica 19 luglio, sul prato del MetLife Stadium: Spagna contro Argentina, i campioni d'Europa contro i campioni del mondo in carica. E poi c'è il sottotesto, quello che in Italia, terra di scuole di panchina, si racconta da solo. Da una parte l'allievo. Dall'altra il maestro.
Un'aula a Las Rozas
Bisogna tornare al novembre 2017. Nell'accademia della federazione spagnola a Las Rozas, alle porte di Madrid, un allenatore all'inizio del suo percorso segue il corso per il patentino UEFA Pro. Si chiama Lionel Scaloni. Tra i suoi istruttori, dietro la cattedra, c'è un certo Luis de la Fuente.
Nove anni dopo eccoli faccia a faccia, ma dalle due panchine dell'atto conclusivo di un Mondiale. De la Fuente lo ha raccontato più volte in pubblico: ha avuto la fortuna di formare, tra gli altri, proprio Scaloni. Attenzione, però, a non caricare l'aneddoto di significati che non ha. Nessuna paternità: un corso federale, un docente tra i tanti, il rispetto reciproco che ne è rimasto.
Due nomine, lo stesso scetticismo
Le loro strade corrono parallele più di quanto la vetrina di oggi lasci immaginare. Scaloni viene promosso ct dell'Argentina nel 2018 quasi per caso, con pochissima esperienza da capo allenatore alle spalle. De la Fuente eredita la Spagna nel dicembre 2022, dopo l'addio di Luis Enrique. Entrambe le scelte, all'inizio, vengono accolte con forte scetticismo. Entrambi sono uomini di federazione, cresciuti dentro il sistema e non da predestinati con la corsia preferenziale.
Poi il campo ha ribaltato i giudizi. Lo spagnolo arriva dal vivaio delle giovanili: Europeo Under 19 nel 2015, Under 21 nel 2019, l'argento olimpico a Tokyo, e infine Euro 2024 alzato a Berlino dopo il 2-1 all'Inghilterra. L'argentino, dal canto suo, ha riempito la bacheca come pochi: Mondiale 2022, due Copa America (2021 e 2024) e la Finalissima del 2022. Due curricula su cui, ai tempi dell'aula di Las Rozas, in pochi avrebbero scommesso.
Lo scetticismo dei primi giorni si è sciolto trofeo dopo trofeo, fino a portarli qui, all'ultimo gradino. Ed è proprio qui che le due traiettorie, partite da quella stessa aula, tornano a incrociarsi.
La strada verso il MetLife
A New York ci sono arrivati per vie diverse. La Spagna ha regolato la Francia in semifinale, un secco 2-0. L'Argentina ha piegato 2-1 l'Inghilterra, soffrendo il giusto ma senza mai perdere la bussola. Ora l'ultimo atto, domenica, con un filo sotterraneo che aggiunge sapore a una sfida che, di per sé, non ne avrebbe alcun bisogno.
C'è qualcosa di romantico in tutto questo. Un docente e un corsista che, a distanza di quasi un decennio, si giocano la stessa cosa: il titolo più ambito del calcio mondiale. Non capita spesso che una lezione d'aula finisca per avere un'appendice così clamorosa, su un palcoscenico così grande. Il calcio, ogni tanto, scrive copioni che nessuno sceneggiatore oserebbe firmare.
Guai, però, a leggerla come una faida. Tra i due c'è stima, non ruggine. Il maestro non ha costruito il campione del mondo, e l'allievo non deve nulla al maestro sul piano tattico: resta il gusto della coincidenza, e non è poco. Due uomini che si sono conosciuti in cattedra si contendono il trofeo più pesante che esista.
Chi alzerà la coppa lo dirà soltanto il prato del MetLife. Intanto, il duello tutto da gustare tra maestro e discepolo è già servito.
Fonti
- CBS Sports
- Reuters (via KFGO)
- beIN Sports
- TNT Sports
- Cover photo: Bryan Berlin / CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
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