Settantadue anni di attesa, spazzati via dal dischetto. Per la prima volta dal 1954 la Svizzera è tra le migliori otto del Mondiale, e ci arriva nel modo più tormentato e più liberatorio che esista: ai rigori.
Agli ottavi la squadra di Murat Yakin piega la Colombia ai rigori, dopo uno 0-0 durato centoventi minuti (ESPN). Un successo che vale i quarti di finale e cancella d'un colpo un'attesa lunga generazioni.
Non è stato un episodio isolato, ed è questo il dettaglio che pesa di più. La corsa dei rossocrociati ha una logica, un'identità, un'ossatura precisa. L'impresa, semmai, è il punto d'arrivo di un torneo giocato sempre nello stesso modo.
La maledizione spezzata
Il tabù resisteva da un'eternità. In tutta la loro storia iridata gli elvetici non avevano mai vinto una lotteria dei rigori: l'unico precedente era il ko contro l'Ucraina, nel 2006 (ESPN). Stavolta, invece, la Svizzera non trema quando conta. La serie finisce 4-3: a trasformare il penalty decisivo è Ruben Vargas, entrato dalla panchina, mentre tra i pali Gregor Kobel aveva già respinto il tentativo di Cucho Hernandez (ESPN).
«Abbiamo finalmente spezzato la maledizione. Sono felicissimo per tutti: i giocatori, lo staff, i tifosi», le parole del tecnico a fine gara (ESPN). Yakin, uomo di poche smancerie in panchina, si lascia andare. E ha le sue ragioni: la sua Svizzera non ha soltanto vinto una partita, ha esorcizzato due fantasmi nella stessa notte, quello dei quarti e quello del dischetto.
Un cammino da imbattuti
Perché ai quarti la Nati non ci arriva per caso. Il girone B è stato chiuso in vetta, senza mai perdere. Prima il pareggio per 1-1 con il Qatar, poi una rimonta di forza: 4-1 a una Bosnia ridotta in dieci, con Granit Xhaka che trasforma il rigore in pieno recupero, al 90'+7' (Al Jazeera). Il capitano che si carica il gruppo sulle spalle quando la gara si fa spigolosa: l'immagine simbolo di questa squadra.
Ai sedicesimi tocca all'Algeria, superata 2-0. Embolo sblocca al 10', Ndoye raddoppia appena rientrato dagli spogliatoi, al 46' (ESPN). Un successo che spinge gli elvetici agli ottavi per il quarto Mondiale di fila: una continuità che, oggi, pochissime nazionali possono vantare.
Quattro Mondiali consecutivi agli ottavi non sono un incidente. Sono la fotografia di una nazionale piccola per bacino ma grande per organizzazione, che da anni si presenta puntuale all'appuntamento e che, stavolta, ha deciso di andare oltre.
Il marchio di Yakin
Ed è qui che si legge il lavoro del tecnico. Due porte inviolate consecutive nella fase a eliminazione diretta, lo 0-0 con la Colombia e lo zero alla voce gol subiti contro l'Algeria: una squadra che concede pochissimo, stringe le maglie e sceglie con pazienza il momento per colpire. Non il palleggio fine a se stesso, ma equilibrio, gambe e testa. E un portiere, Kobel, che nell'istante che conta si trasforma in un muro.
C'è anche un'anima, in questa Svizzera. La rimonta contro la Bosnia, il rigore di Xhaka nel recupero, la lucidità dal dischetto contro la Colombia dopo centoventi minuti a reti bianche: tre prove di nervi saldi, tre gare in cui una squadra fragile sarebbe crollata. Yakin ha costruito l'esatto opposto. Un gruppo che, nei momenti caldi, non trema.
Il canovaccio, in fondo, si ripete. Un gol che arriva presto, come quello di Embolo al 10' con l'Algeria, un secondo tempo gestito con ordine, e nei passaggi più delicati un uomo che si prende la responsabilità: Xhaka dagli undici metri, Vargas nella serie decisiva, Kobel tra i pali. Non è spettacolo, è metodo. Ed è bastato per tornare grandi.
Ora Messi e l'Argentina
Adesso, il salto di categoria. All'Arrowhead Stadium di Kansas City la Svizzera affronta l'Argentina campione in carica e Lionel Messi (ESPN). Dall'altra parte c'è chi ha alzato l'ultima Coppa del Mondo, e il giocatore che ha riscritto la storia recente del torneo.
Sarà l'esame più duro. Gli elvetici ci arrivano con la solidità come biglietto da visita: due porte inviolate di fila, un gruppo che non si scompone mai. L'albiceleste, però, è un'altra dimensione di talento offensivo, e imporrà alla difesa di Yakin il test più severo del suo Mondiale.
Come reggerà la retroguardia rossocrociata all'urto della qualità argentina? Riuscirà Yakin a riproporre la partita perfetta, fatta di sacrificio e cinismo, contro un avversario così? Le risposte arriveranno soltanto sul campo, e nessuno, oggi, può anticiparle.
Intanto una certezza c'è già. Settantadue anni dopo, la Svizzera è di nuovo tra le prime otto del mondo. E, a giudicare da come ci è arrivata, non ha la minima intenzione di fermarsi qui.



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